Da una luna, gli avventurieri vagano fra le strade della terra del Re. L'eletta della Dama beve, e se ne vanta. Il figlio della roccia beve, e si lamenta. Buffi questi tempi, in cui un giorno eradichi le amenità oscure e quello dopo... pensi. Sembra sempre che sia tutto finito, ma non riesci a chiudere occhio la notte. Temi. Nel buio di quelle foreste vi sono immonde creazioni pronte a mordere, uccidere, manipolare, inzozzare della loro viltà.
Sotto il peso di questo ronzio, l'accolito della Candida Vergine si alza, cercando un posto dove poter meditare in pace. Non si nasconde, cerca solo di non compiere movimenti troppo goffi per paura di svegliare qualcuno. É stanco, fallisce, urta alcune delle sue fiale vuote che tintinnano come renne nelle feste del nuovo anno, impreca fra i denti, sospira, si allontana.
Poco dopo guardando l'accampamento, si accorge che Tinuviel lo tiene di mira con uno sguardo penetrate come un dardo elfico mentre Gwen le sussurra. Non è in grado di capire cosa si stiano dicendo ma... ora non importa, ha solo bisogno di un po' di tempo.
Giunto ad una piccola radura, slaccia la fodera della spada e la poggia al suolo. Fa un passo e vi siede oltre. Guarda la luna e pensa. Continua a pensare. A tutte quelle notti di Nupstedt, passate a mondare le ferite dei veterani, le bruciature delle serve. Pensa agli occhi di sua madre. Che cosa penserebbe di lui, se sapesse cosa sta vivendo? Pensa a Shalobeth, la pellegrina che lo avvicinò per la prima volta al culto. Pensa alla Dea, alla sua luce. Sa di non esserne degno, di non avere compreso il perdono. Quello vero, quello profondo. Pensava, in effetti. Quando ha chiesto l'ordinazione, lo pensava sinceramente. Eppure, qualcosa lo ha imparato.
Alcune persone fanno del male. Altre sono il male. In questo mondo costretto dagli dei di sangue e corruzione, alcune persone possono essere salvate, altre no.
Il suo scopo, se uno esiste, è salvare le anime. Ma come può farlo se lasciando libero chi fa il male, impedisce di agire a chi lo combatte? Ancora non possiede una risposta, ma intanto ha una domanda.
Chiude gli occhi e cerca di riposare la mente. Ripensa a tutte le volte che nella regione più intima del suo cuore ha valutato di... utilizzare la magia oscura. -Dei-, quel potere ti invade le membra. Ripensa alle pile di cadaveri di Grimminhagen, a quell'uomo portatore del Lornalim che egli ha torturato sulla branda della locanda. Pensa a Sheba, nelle mani di una spietata doppiogiochista. Pensa ad Atanasius, caduto eroicamente proteggendo sua sorella. Si sente in colpa, profondamente, per non aver posto lui il giusto commiato. Pensa a Pickler, morto fra le sue braccia in singhiozzi annegati dal sangue. Pensa a madama Clotilde, e il ricordo di ogni sua parola aggiunge un tassello a ciò che egli è oggi: rancoroso, e determinato. Dannatamente determinato.
Pensa a Mordred, pensa a quella scena, ai suoi lividi. Pensa al giudizio di Tinuviel. Ha chiaro, molto chiaro, il momento in cui ha realizzato che se gli avesse spaccato la spina dorsale avrebbe ristabilito l'ordine naturale delle cose: i vermi strisciano. E mentre lo pestava a sangue freddo desiderava il potere, la forza, la consapevolezza, il dominio. Immaginava quello che avrebbe potuto diventare, quello che stava diventando. Un usurpatore della voce di Tzeench, riarrangiatore dei caotici venti, ribellatosi al potere delle divinità. Aveva chiaro cosa stesse diventando, lo aveva molto chiaro.
Ma per quanto avesse voluto, non avrebbe mai potuto togliere la vita a quell'idiota. Certo, aveva pensato di lacerargli il fegato con quel vecchio coltello Skaven raccolto nelle fogne. Se non lo avesse freddato il taglio, ci avrebbe pensato l'infezione delle feci che ne impregnavano la lama. Eppure il suo spirito era certo che questi non fossero i suoi pensieri, ma quelli dell'immondo dio del caos che gli attanagliava le tempie. Quello stremato, ai suoi piedi, era un ragazzo in fin dei conti. Certo, un dannato che aveva cercato di uccidere una persona buona, una sua amica, ma comunque un ragazzo. Chissà quanti vomitevoli individui come lui strisciano nel Vecchio Mondo, acerbi, tiepidi e miserabili.
Cerca di regolarizzare il suo battito cardiaco.
Espira. Trattiene. Reinspira. Trattiene. Espira. Piange. Non è un pianto disperato, è solo un pianto stanco, liberatorio. Non piangeva da... quindici anni forse. Aveva sempre dovuto essere forte, anche per gli altri, soprattutto per gli altri. Non puoi lamentarti dei tuoi mali quando chi hai davanti sta esalando l'ultimo respiro. Non è... etico. Ma ora è solo, con la Dea. Ora può farlo, purché non attiri bande di orchi in cerca di arrosticini.
"Mia signora... mi a--"
Sente i passi di una creatura dei boschi, molto vicini, ormai troppo perché lui possa fare qualcosa. Si spaventa per un attimo, poi ne riconosce il colore ramato dei capelli e sorride rilassato.
Rimane meditabondo. "Non farò nulla di strano, volevo solo stare qualche minuto con la luna."
Ascolta profondamente ed intimamente apprezza il rispetto che le amiche di viaggio porgono nei suoi confronti. Usa quegli attimi per ringraziare la luna, che come una madre li osserva speranzosa. E come fra fratelli, Amlac spezza il silenzio ormai troppo severo.
"Sono mesi che viaggiamo, e ancora non ho dato un soprannome a nessuno di voi. Ricordo che dopo una settimana dal mio arrivo al tempio di Altdorf avevo affibbiato nomignoli irritanti a tutti quanti. Di solito la piccola Yvette mi chiamava Ham (prosciutto) sapendo che mi dava fastidio, ma quando la riprendevo era pure peggio. Con Din e Adrim, i due orfani, si rivolgevano a me con l'appellativo di Lacacca. Sembra una vita, ormai."
"Vi. Che ne dici di Vi?" Si gira guardando l'elfa. "Magari ti toglie un po' quel muso!"
"Mhm, per te è difficile in effetti." Sospira "Ma sapendo che ogni manifestazione di affetto ti irriterà, provo un fastidiossimo Gwinny. Almeno se ti ricorderai qualcosa di fastidioso da parte mia, non sarà la brutta faccia!"
Ti dirò... Ho sempre odiato i soprannomi. Solo perché lasciano indietro il significato del tuo nome, tutto qua...
RispondiEliminaTuttavia, nei boschi, per chiamarmi riproducevano il canto di un usignolo! Non che fosse un vero e proprio soprannome, ma comunque era qualcosa di simile, come un richiamo in codice! Tra l'altro era anche un vero e proprio strumento di comunicazione, perché per i non elfi il suono era identico all'usignolo, ma per noi elfi si capiva bene la differenza... Era così che i miei amici mi mettevano in guardia se uscivamo al limitare del bosco e incontravamo qualche umano o qualche altra cosa degna di essere osservata con discrezione!
Se mai dovessi imparare a riprodurre quel meraviglioso suono beh... Lo capirò!
<< Mhm, dubito che imparerò a cantare come un usignolo come un'elfa della selva, anche se... >>
EliminaCome un sottile soffio di vento, Tinuviel ode delle parole in un elfico simile a quello cantato nelle leggende di tanti millenni or sono, quando gli elfi di Ulthuan e quelli di Laurelorn non erano poi così distanti.
<< Effírië Nyellë... >>
Il suono di queste parole le porta alla mente qualcosa di effimero, un rintocco solonne. Come le campane da funerale suonate ai riti dei Campi di Mor nelle terre imperiali.
Eppure un'istante dopo, dai boschi il flebile canto di un usignolo si muove nel vento. Amlac è convinto di averlo riprodotto alla perfezione grazie al suo incantesimo, e non si rende conto di quel suono leggermente calante nella parte centrale del pigolio. Per Tinuviel, questa svista è evidente e palese.
Si gira per guardarla soddisfatto e compiaciuto: << Mhm, non saprò cantare come voi elfi, ma almeno con questi trucchetti me la posso cavare in mezzo ai boschi. >>
Sicuramente ora puoi richiamare la mia attenzione senza destare alcun sospetto alle orecchie degli altri!
RispondiEliminaNon un vantaggio degno di entrare nei racconti di storia, ma non si sa mai che ti possa tornare utile, in questo viaggio così dannatamente complesso...
E ce lo stiamo complicando noi, stiamo sbagliando direzione secondo me. Il nostro obiettivo ora dovrebbe essere eliminare Cyanathair, abbiamo già la spada a disposizione, *imprecazione* !
Scusate, abbasso la voce
Non capisco cosa stiamo aspettando ad andare... Giuro che se non ci sbrighiamo qua in Bretonnia vado io da sola per conto mio e al diavolo quel nano e la sua canzone
La ascolta con rispetto.
Elimina<< Sai perché sono venuto qui, questa notte? >> Recupera una piccola fiasca e ne toglie il tappo.
<< Volevo cercare un punto fermo. Guardare la luna, pregare la Dea. >> Beve brevemente un sorso. La scuote un attimo poi fa un gesto delicato per porgergliela.
<< Stiamo correndo come matti. Io sono uscito dalle mie terre quando Arcaon era stato sconfitto. Tu sei uscita dalle tue sapendo perfettamente che il pericolo veniva da dentro. Non ti invidio, sono sincero >>
<< Eppure, in un certo senso siamo tutti nella stessa barca. Non so tu, io mi sento in mezzo al burrascoso mare kislevita. Su una scialuppa a remi che imbarca acqua. Ho sempre pensato che la preghiera, la meditazione, fossero un aiuto della Dea, una consolazione. Ma sentendoti parlare, empatizzando, paragonando la mia e la tua storia, riesco a mettere la cosa un poco più a fuoco. >>
Alza il viso alla luna, come un complice guarda l'amico di una vita, l'unico che sa davvero cosa abbiano affrontato insieme.
<< Quando mi ritiro in questi posti, ascolto, ragiono, riordino. La candida Dea non mi darà una soluzione, Ariel non vi salverà ed Orion non abbatterà Cianathair. Ma queste icone ci danno un motivo. Ci danno la forza per farlo da noi, per combattere. E in quel mare burrascoso, tornare in controllo. >>
<< Oggi ti senti persa, e non credo che le mie parole ti convinceranno. Ciò non di meno, spero possano aiutarti a vedere le cose da un altro punto di vista. E nel buio delle alte foreste, tornare ad essere cacciatrice e non più preda. >>
Non mi sono mai trovata su una barca in mezzo al mare kislevita, ma se intendi dirci che ci troviamo in una brutta situazione beh sì, concordo.
RispondiEliminaMa se da un lato saperlo ti sconforta, dall'altro ti fortifica, ti rende più temprato a ogni sorta di prova che ti si pone davanti e ti toglie quel minimo di esitazione davanti al male... Solamente perché davanti al pericolo ti rendi conto che, fra il pericolo stesso e le persone che ami, ci sei solo tu e qualche altro compagno di battaglia.
E noi la pelle la venderemo cara, ci puoi giurare.
<< Ci puoi scommettere. Non so quanto a lungo le nostre strade condurranno nella stessa direzione, ma fin quando resterai nelle terre degli uomini, qualcosa mi dice che sarai una su cui contare. Il veleno in punta che i nostri nemici non si aspettano. >>
Elimina<< Che dite, torniamo indietro? Credo che uno di voi fosse in di guardia ora. >>
Fa per alzarsi raccogliendo il fodero della spada alle sue spalle.