Jouinard. Inverno.
Un giorno a caso, uno come tanti. Chissà quale numero avrà, secondo il calendario della Bretonnia, o quello dell’Impero. Uno di quei giorni durante i quali nevica larghe falde sulla città e il suo circondario, sulle poche difese che è riuscito a mettere a posto, sulle tende e sulle tombe che sono una presenza fissa e ingombrante.
Si puntella con le mani alla scrivania di legno scuro e stracolma di carte, discostandosi appena dalla sedia e provocando un lieve rumore sul pavimento della stanza. Cerca la propria gruccia con la mano sinistra, per appoggiarsi pesantemente e potersi muovere con più facilità. La afferra, la pone sotto la spalla e comincia a circumnavigare il tavolo verso la porta.
Quanto tempo è rimasto lì, a guardare carte, ad ascoltare gente, a cercare di mettere ordine in un caos che sembra ingestibile? Si sente svuotato, perso. Per un attimo vacilla, preso dalle vertigini che il nervoso dell’impotenza gli trasmette lungo il corpo. Ha passato ore a tentare di convincere quei maledetti nani di Thorek Manoferma ad approntare una trincea un po’ più indietro e a provare a convogliare i Sigmariti verso l’interno della città, per svolgere alcuni servizi…
Sbuffa, cercando di pulire la mente dai pensieri che affiorano continuamente, i problemi che si accavallano uno meno gestibile dell’altro, la fatica mentale che si fa sentire, più che quella fisica che quasi sembra mancargli. Sarebbe ora di una bella galoppata. Non dovrebbe mancare troppo al tramonto, ma magari un giro nei dintorni potrebbe anche farlo, anche se arrivare fino alla tomba di Nenya gli sembra un po’ troppo, probabilmente al ritorno sarebbe buio pesto. Quel luogo però gli dona sembra una grande pace, con quell’albero senza nome che cresce lì, un angolo di primavera nel gelo dell’inverno.
Volge lo sguardo verso il caminetto della stanza, quasi spento. Si era dimenticato di rimettere almeno un ciocco di legna e, quasi se ne rendesse conto solo in questo momento, un brivido di freddo gli corre lungo la schiena. Si stringe nelle spalle e nel mantello sormontato di pelliccia, muovendosi verso il caminetto con brevi passi e buttando alla bell’e meglio alcuni pezzi di legno sulle braci. Andranno bene per non far spegnere il tutto, prima che gli inservienti abbiano l’accortezza di riapprontare il tutto.
Esce dalla stanza, i passi che sono evidenziati come suo solito da un “toc” sordo della stampella, un segno che le guardie hanno imparato a riconoscere e che gli sguardi hanno imparato a seguire. Uno stigma che per i primi tempi lo ha fatto soffrire, a Middenheim e in giro per l’Impero, appresso ad una compagnia che nessuno avrebbe mai visto bene assieme e che, invero, ha fatto grandi cose...enormi. Sorride, al pensiero. Un movimento che non faceva da parecchio, quasi avesse la bocca anchilosata e rattrappita, dal freddo e dai pensieri.
Percorre il corridoio spoglio di quella parte del palazzo in rovina nel quale ormai è stabilmente presente quello che la gente del posto chiama il “Governo Provvisorio”, andando a passare dinnanzi ad un paio di guardie che lo salutano con un “Capitaine” rispettoso, mettendosi sull’attenti. Li saluta di rimando con un cenno, mentre li sorpassa, prendendo le scale che lo conducono verso il basso, verso il pian terreno che lo conduce finalmente all’esterno.
Nevica ancora, anche se debolmente, il cielo che è di un grigio uniforme e spento, di quelli che rendono impossibile stabilire a che punto sia il sole nel suo tragitto verso l’orizzonte; si guarda attorno in quel cortile fitto di persone al lavoro, di nani, imperiali e bretonniani che, consci di un destino comune, stanno spalla a spalla per fortificare Jouinard, renderlo vivibile, accogliere i profughi delle vicinanze e dare da mangiare a tutti.
Avverte una voce che lo chiama, fuori dal suo campo visivo, e si volge, avvedendosi del volto gentile di Leyna che gli sorride, mentre si avvicina avvolta da un lungo mantello nero che la ricopre quasi completamente. La saluta di rimando mentre questa giunge ad un paio di metri.
“Comandante Perceval. Sono riuscita a reperire un po’ di carne salata, dalle montagne. Ho pensato di farla distribuire alle guardie, sicuramente farà bene al loro morale…” la voce della Sigmarita è incerta, per alcuni istanti “...più che fare scorta. Lo so che sarebbe meglio ma gli ultimi giorni sono stati duri...che ne pensi?”
Sospira appena, mentre prova a riordinare i pensieri, tornando al suo ruolo, anche solo per qualche secondo. “Sì, sono d’accordo” accenna “...e se riesci fanne portare un po’ all’infermeria. E’ bene che mangino qualcosa di sostanzioso, per recuperare bene…” si interrompe “...e danne a Wilhelm, mh? Ci servirà un comandante capace, finché non avremo altre notizie da Gisoreaux”. Le sorride, mentre lei lo ringrazia con rispetto congedandosi come farebbe ad un superiore.
Come ad un superiore.
Qualcosa che lì per lì non riesce a razionalizzare, mentre torna ad avviarsi verso l’uscita, verso l’esterno. Verso le stalle, verso il corsiero che ultimamente monta e al quale ha dato come soprannome “Calcinculo”, visto che ne ha già rifilati diversi agli stallieri...ma non a lui, che pare l’unico ad averlo in simpatia.
Come ad un superiore. Un superiore.
Ispira
profondamente, appoggiando i pensieri su quel pezzo della sua vita
che ultimamente ha fatto da padrone, da costante, da musica di
sottofondo ad un ruolo che ha imparato a recitare, a fare suo, ad
essere anche quando gli altri non guardano e non valutano.
“Comandante Perceval”. E’ questo, ora? E’ questo
il ruolo che deve recitare, in questa fine del mondo, in questa fine
dei tempi?
Alza gli occhi al cielo, inspirando profondamente...e chiudendo le iridi chiare, lasciando che la neve lo sfiori e si appoggi sul mantello, lasciando perline bianche sulla pelliccia.
Pensa all’esercito che comanda. A Gwen, Farin, Padre Uther, Amlac e Tinuviel, partiti lontani. A Waldemar. Ai compagni ancora lì. A quelli morti.
Alle promesse fatte.
“Reggeremo” mormora, al vento.
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