RIFLESSIONI, PENSIERI E PAURE. UN PASSO ALLA VOLTA.
Mancava ancora una mezz'ora al calare delle tenebre, o forse anche qualcosa di più. Tinuviel era troppo stanca per proseguire, e così fece fermare la sua maestosa falca nera su uno sperone di roccia un po' più riparato degli altri.
Aveva appena adocchiato un piccola grotta, tra l'altro rivolta proprio verso est, l'ideale, e aveva subito ceduto al richiamo del riposo.
Era in volo da 4 giorni, nemmeno tanto, ma gli ultimi due, sul passo montano di Montdidier che da Athel Loren porta alle Karak dei nani, beh, erano stati due giorni belli lunghi. Si era trovata per due volte nel mezzo di una discreta bufera di vento e neve, che rendevano un'ora di volo stancante come mezza giornata. La falca, che si stava comportando egregiamente, le alleviava in parte il compito, tuttavia lottare contro il vento a svariate decine di metri sopra la roccia e il ghiaccio è stancante non solo per i muscoli, ma anche i nervi.
Fortunatamente dalla tarda mattinata le condizioni erano migliorate e l'elfa si era portata a poche ore di distanza in volo da Karak Norn. L'indomani, in tarda mattinata, sarebbe giunta dalla regina Turma e le avrebbe consegnato l'accordo di vendita. La sollevava sapere di avere a che fare con uno dei rarissimi nani ragionevoli che abitassero questo Mondo. La regina nanica si era dimostrata aperta al dialogo piuttosto che alle guerre, e l'invito che l'elfa le aveva fatto per la festa della primavera ad Athel Loren le suonava come l'inizio di una piccola e necessaria tregua fra i due popoli, almeno per ora.
Tinuviel scaricò dalla sua fedele Vanyanis quei pochi oggetti che aveva, ovvero la sacca da viaggio e quel minimo di legna che aveva avuto la provvidenza di raccogliere prima di raggiungere quei posti spogli e innevati.
Le armi le aveva sempre sulla schiena, pronte all'uso.
Sistemò tutto nella grotta e iniziò ad accendere il fuoco. Tirò fuori dalla sacca una lepre e iniziò a scuoiarla, con movimenti rapidi e precisi. Sentí lo sguardo di Vanyanis posarsi su di lei. Anche la falca stava spendendo molte energie, e non aveva avuto molte occasioni per cacciare. Divise la preda in due, poi una metà finí sulla brace e l'altra andò dritta nel becco della sua più fidata e inseparabile compagna di viaggio.
Ogni giorno che passava non faceva che pensare al tempo che scorreva anche per Vanyanis e che prima o poi, non appena sarebbe stata pronta per riprodursi, la sua natura l'avrebbe richiamata a sé, lasciando l'elfa per raggiungere i suoi simili sulle montagne poco più a Nord di dove si trovavano proprio in quel momento. Non le restavano molte primavere prima di questa separazione. Tra gli elfi si dice che i legami più profondi poi si riallacciano sempre, ma sono pochi i casi dei falchi tornati dal loro cavalcatore.
Mentre la carne cuoceva si avvicinò allo strapiombo e osservò a lungo l'orizzonte.
L'indomani, oltre quelle poche montagne che le restavano da superare, avrebbe ufficialmente siglato quell'accordo così importante, esaudendo la richiesta di Ariel in persona: l'accordo avrebbe reso il fronte meridionale di Athel Loren un posto più sicuro, o meglio, un posto in cui concentrarsi solo sui problemi reali come Cyanathair, senza dover combattere anche i nani. Già, Cyanathair...
L'orizzonte si era fatto rosso, erano rimasti pochi minuti di luce. Era l'ora degli usignoli, che sicuramente in quel momento stavano cantando, a Tal Drost.
O almeno, questo era quello che sperava.
Cyanathair si aggirava nella foresta, nella stessa foresta che l'inverno stava addormentando... La situazione era più grave di quanto non volesse ammettere a sé stessa.
Aveva un compito da portare a termine e non intendeva fallire. Un piccolo compito, un semplice accordo commerciale da consegnare in tempo eppure, una grande svolta per quegli strani tempi. A vederla dall'esterno, la scena era surreale. Un'elfa che portava un accordo commerciale sul legname fra uomini Bretonniani e Nani. Una tale scemenza non viene raccontata nemmeno nelle storie che le mamme dell'Impero si inventano per far addormentare i propri bambini!
Eppure, tutto questo era vero.
Ne aveva fatta di strada quell'elfa dai capelli infuocati. Dopo tanto, tanto tempo, si sentiva finalmente utile per il suo popolo. Tanti erano i mesi passati a portare il fardello di un gruppo perso per mano degli uomini bestia. Certo, era scappata via per salvare il Lornalim, eppure ogni giorno si sentiva in colpa per le vite perse dei suoi guerrieri e per le loro famiglie rimaste senza un padre o senza una madre, senza un fratello o senza una sorella, senza un marito o senza una moglie, senza un figlio o senza una figlia.
Quella missione le avrebbe consentito di sentirsi in minima parte sdebitata verso il suo popolo.
E in tutto questo c'era una missione ancora più grande da portare a termine, che comprendeva antiche reliquie e altrettanto antiche creature, i vampiri. E poi c'era quella strana compagnia che la attendeva in Bretonnia, che non sapeva di famiglia, ma neanche di semplici compagni di viaggio. Gente diversa, con abitudini diverse, modi di vivere e di pensare diversi, ma tutte unite da un obiettivo comune, chi per amore dell'avventura, chi per amore del proprio popolo, chi per amore del semplice lato buono del Mondo.
Tuttavia, non gli mancava nessuno di quella compagnia.
Ci ripensó meglio: forse solo quello strano ragazzo, e forse solo perché sentiva che era un'anima a modo suo buona, che stava finalmente iniziando a proiettare una sua luce dopo un lungo periodo passato al buio. Invidiava la velocità della sua mente, ma era un invidia che la lasciava affascinata, come se a parlare fosse una persona molto più vecchia e molto più saggia.
La Bretonniana invece faceva ancora fatica a capirla, i suoi modi di fare erano ben distanti da quelli a cui era abituata nella sua vita ad Athel Loren, ma tuttavia la riteneva una compagna di viaggio affidabile e di buon senno.
E poi c'era quella storia della Dama, la stessa divinità che lei pregava con il nome di Ariel, che Gwen pregava e a cui chiedeva conforto... la cosa l'aveva confusa parecchio, e non vi avrebbe creduto se non avesse visto la cosa con i suoi stessi occhi.
Per non parlare dei due bambini tenuti da Baathi dentro Athel Loren. Se erano lì era sicuramente perché dovevano essere lì. In più non era stato fatto loro del male, anzi. Tuttavia l'astio che vedeva negli occhi dei suoi compagni la metteva costantemente a disagio, ora che iniziava a vedere anche il mondo fuori Athel Loren.
Ma lei di quella storia non era nient'altro che una semplice spettatrice, e sperava che gli altri non fossero così ottusi da continuare a giudicare male il suo popolo... D'altronde, se la colpa andava data agli elfi e ai loro rapimenti, la stessa colpa andava data alla Dama di Bretonnia, o no?
Il Prete invece era la presenza più silenziosa del gruppo, non parlava molto ma quando parlava era sempre rispettato da tutti. Le era abbastanza indifferente, tuttavia cercava sempre di non mancargli di rispetto.
Il Nano invece non lo reggeva proprio. Era come un tamburo orchesco in mezzo a un bellissimo concerto di flauti, come quelli che lei sentiva nella sua foresta alle feste di primavera. Lo trovava arrogante, avido e spesso fuori luogo, sebbene fosse un ottimo combattente. Tuttavia, non poteva negare che avesse una caparbietà degna di nota.
E infine c'era Menelmacar, elfo di cui nutriva una profondissima stima e anche un discreto timore, date le sue capacità veramente eccezionali. Era davvero felice di averlo con loro.
La compagnia era certamente forte nel combattere, ma era decisamente più fragile quando si trattava di prendere decisioni, non avendo un capo preciso: troppe menti e troppe idee diverse per giungere allo stesso risultato.
Sperava in cuor suo che l'abilità in combattimento potesse sopperire a questa fragilità ancora per parecchio tempo.
E proprio per quel riguardava il combattimento, si trovò a pensare ancora una volta se tornare al suo vecchio stile, con le due spade al posto del saearath. Le costava caro ammetterlo, perché combattere con il saearath le piaceva molto, ma probabilmente sarebbe stata più efficiente così. Al ritorno si sarebbe fermata ad acquistare due spade di fattura elfica, approfittando di essere nella sua terra, prima di tornare in Bretonnia e poi, da lì in avanti, solo il Fato sa dove.
E se invece c'era qualcuno che le mancava, e anche parecchio, quella era Carnil. La sapeva sulle stesse tracce che stavano seguendo lei e la sua compagnia, nei pressi della foresta di Chalon, ma non si illudeva di poterla rivedere nel breve. Sapeva che, se questo fosse successo, sarebbe stata una scelta di sua sorella. Era in pensiero per lei, impossibile non esserlo sapendo quello che era chiamata a fare, ma tuttavia era a conoscenza della sue elevate capacità, il ché la rendeva leggermente più tranquilla. Le mancavano sua nonna Wenlach, sua mamma Shanaera e suo fratello Erwin, le mancava il profumo degli alberi in fiore e il buon vino delle feste elfiche.
Non vedeva l'ora fosse di nuovo primavera, non vedeva l'ora che tutto questo fosse finito.
Che la sua foresta fosse al sicuro dai nani e che Cyanathair scomparisse una volta per tutte, che orchi e vampiri diventassero solo un lontano ricordo, che sua sorella smettesse di dare la caccia a spie nei luoghi più pericolosi del Vecchio Mondo, che la sua falca non rischiasse di abbandonarla da lì a poco.
L'odore della carne che cuoceva si stava iniziando a spargere nell'aria, mentre il buio e il freddo si facevano strada nell'imminente notte.
Tinuviel rientrò nella grotta, sopraffatta da tutto quello che incombeva all'esterno, dalla lunga lista di problemi che sembravano troppo numerosi e troppo difficili da risolvere, che le opprimevano il petto e le lasciavano il fiato corto.
Ma non era il momento di arrendersi, e l'indomani sperava di poter iniziare ad accorciare questa lista così lunga.

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