Sono ore accese dalla polvere dei cannoni, dai rantoli dei non morti e dalle urla di battaglia dei combattenti. Amlac è fermo e saldo con la sua lancia, facendosi scudo della magione dalla marmaglia di defunti che camminano; laborioso e diligente. Tra loro, riconosce una donna che fu seppellita con le sue vesti da sacerdotessa. E lei, ora senza senno ed ignara di cosa abbia davanti, pianta il suo viso contro la lancia del medico. Chiude così la parentesi della sua non morte e ritorna per sempre fra le braccia di Morr. Cadendo a terra inerme lascia brillare sotto la luce del sole una piccola spilla adita a bloccarle il mantello sulla spalla sinistra. Una colomba, in effetti, che fa sorridere colui che tempo fa giurò di servirla. Il pensiero del giovane torna ai cieli.
A lungo mi sono domandato perché esistesse il Caos e perché l'uomo fosse così spregevole. Perché come le colombe non fosse possibile affrontare i problemi spiccando il volo, verso la luce e la speranza, la misericordia e la spensieratezza. Madre, guardami. Sono qui ad uccidere qualcosa che non può vivere, non può morire, ed esiste solo allo scopo di fare del male a ciò che è baciato dal tuo amore. Un drago sta arrivando, un troll è appena caduto, ed io non posso far altro che aspettare che quei nani dalle barbe lunghe si ingegnino per distruggere questo obelisco. Siamo fuggiti da un'isola prigione, abbiamo sconfitto una bestia d'ossa e maree di non morti. Per non parlare della delicatezza da dover porre nelle proprie parole in tempi così bui, quando trattiamo con i sopravvissuti. Elfi, nobilotti di quartiere, nani. Sono stanco, Madre. Non mi fermerò, non mi tirerò indietro. Questo destino me lo sono scelto e non so nemmeno se è frutto dei miei desideri, dei tuoi, o solo delle aspettative che sentivo il mondo non avesse nei miei confronti. Io qui a prodigarmi come salvatore dei popoli, vedo solo gente morire e non posso nulla contro il flusso degli avvenimenti. Cammino, come una formica seguo la storia, l'istinto mi gu-
Lascia.
Amlac, lascia, fai spazio.
Sovra pensiero viene tirato indietro dalla salda presa di Farin. Al suo posto, gli altri uomini si mettono in protezione dei corridoi, così che egli possa assistere i due artigiani. É lì, passa cordame, aiuta Thijs con l'armatura, ma la sua mente è visibilmente altrove.
Tutto risuona; nei portici allagati lo colpisce l'odore di pietra bagnata. I ricordi che vi associa sono tantissimi. La scarpata fino Nupstedt, la sua camera ad Altdorf, l'incontro ad Unthergard, pietre...
Pietre? No, tegole! Cosa diavolo..?!
Dall'alto cadono tegole e coppi, facendo schizzare rumorosamente l'acqua, spaccando la pace di quello specchio intonso, e macchiandolo... di sangue. Quello è senz'altro sangue.
"Scendete!" Grida. "Mettetevi qui, al riparo!"
Il suo udito, come assente, nemmeno cerca di capire, di ascoltare il racconto di Tinuviel. Sa benissimo cosa deve fare e con calma eterea procede a pulire e suturare ferite, prima dell'elfa, poi delle bestie. E mentre procede, in ginocchio davanti alla spalla del grifone, si chiede come sia possibile che ancora una volta quei cinque viaggiatori si trovino in queste condizioni. Fino a quando, come un diligente esecutore, un accidioso esapode, mostra un sorriso rassicurante ma tutt'altro che sicuro.
"Vedrai", si ripete. "Vedrai che andrà tutto bene. Non mollare, non puoi permettertelo."
Una briciola alla volta, un esercito nutre una regina, portatrice di pace e prosperità. La bestia che si abbatterà su queste mura sarà solo un'altra mollica, pane dolce, per fermare questi abomini.
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