Fa ancora luce, per fortuna, e levare il sangue rappreso
sull’armatura sembra meno difficile del previsto. Le decisioni
sull’indomani sono state prese, si tornerà là sotto, in bocca a
dieci vampiri: è la prima volta che Gwydion combatte quelli che lui
crede essere bretoniani, e gli fa schifo, come è più ovvio che sia
la prima volta che se la vedrà contro dei vampiri, e questo schifo non gli fa, lo terrorizza. Usciranno da là
sotto? Uther pare messo piuttosto male. L’esitazione non è tipica
del cavaliere, ma troppi pensieri gli affollano la mente e lo rendono
cauto, dispiaciuto e affaticato.
A momenti si interrompe, a volte pulisce e sfrega lo sporco con più insistenza, stringendo i denti. Poco distante da lui c’è Raimund, che sta scuoiando lepri. < Allora, cosa prevede il piatto del giorno? > Allunga il collo, strizzando gli occhi per mettere a fuoco il resto. Lo sguardo gli cade su Konrad, che cerca di intercettare con un cenno del capo: < Scrivano! Tu, sì, proprio tu. > Attenderà che gli si avvicini, l’intenzione è di parlare di faccende per cui è richiesto un tono di voce più dignitoso. < Vorrei che ti occupassi dei bretoniani caduti in battaglia. O meglio… ci sono guaritrici del tempo di Shallya, qui da qualche parte, e ci sono i compagni d’arme di questi uomini. Ti chiedo di farmi sapere i loro nomi, cosa facevano. Scriverem… scriverai alle loro famiglie e faremo sapere a queste per cosa hanno dato la vita, non lasceremo certo delle povere mogli a un’attesa sfiancante. Vorrei che fosse detta una qualche preghiera, insomma. > Si gratta la testa, sembra più complesso del previsto. < Non so bene che cosa si usi qui, quindi… fai come ti ho detto, parlane con loro, fatti aiutare da Amlac e Uther anche, loro se la cavano bene per queste cose, ma che sia qualcosa di degno. >
Così lo manda via,
pensieroso, e prendendo spunto da Raimund, cerca uno dei suoi pugnali
e inizia a spuntarsi i capelli un po’ come tira il vento. Non ha
modo di specchiarsi da qualche parte, pertanto afferra ciuffi con una mano,
tendendoli forte, mentre l’altra sfilaccia. Quelli della nuca
soprattutto, fanno veramente caldo, si appiccicano sempre! Un po’ via anche dalle orecchie e per finire, non meno importanti, quelli che gli
cadono davanti agli occhi, sotto l’elmo. Taglia di qua, sfoltisci
di là, non c’è un ciuffo uguale a quell’altro, mentre gli
stivali vengono coperti da capelli biondi a volontà e Gwydion assume
sempre più i connotati di uno spauracchio.
< Waldemaaaaar! >
Chiama, col mento pigiato contro il collo – sta rifinendo il
lavoro, è concentratissimo. < Waldemaaaar! > Stesso tono.
Anche se il poveretto fosse già lì, non lo avrebbe notato. < Te
l’ho già raccontato il perché quell’orso sopra al vessillo che
porti con tanta fierezza? > Più l’aggiusta e peggio è, quella
frangetta. Fortuna che non può vedersi, certo non sarebbe così in buona. Alza lo sguardo e cerca il Rosso, che dovrebbe essere nei
paraggi. < Se te l’ho già raccontata, te la racconterò di
nuovo, ma… adesso no, ho cambiato idea. > Si alza in piedi e con le mani prende a
darsi giù i capelli dalle braghe, scrolla i piedi e si piega,
mettendosi a testa in giù e passando una mano più volte tra i
capelli. < Ooooh adesso va meglio. > Infine, cerca di
intercettare Waldemar, rivolgendoglisi con tutta l’attenzione,
adesso. < Cerca Perceval e digli che vorrei parlargli. >
Nell'attesa, ripone da parte i pezzi dell'armatura, con una vaga ombra di inquietudine. Si guarda attorno: è sceso il crepuscolo, mentre i primi grilli friniscono. L'erba inizia a odorare di buio, mentre qualche tremito di freddo scuote il cavaliere, è l'adrenalina che inizia ad abbandonarlo, cedendo il posto alla stanchezza. Le spalle gli fanno male, anche un gomito, poi c'è la testa, pesante, e la schiena è provata da qualche notte breve e insonne.
Raimund, bello preso nel suo lavoro, non alza neanche la testa per rispondere al Comandante < …leprotti, qualche erba che gli elfi ci hanno consigliato…e funghi, che qua ne crescono tanti. Ma vi assicuro che non fanno venire nessun mal di pancia > spiega, mentre continua la sua opera certosina di pulizia delle carni, che peraltro prevede anche un riutilizzo degli scarti, perché nella scarsità nella quale si trovano, non si possono permettere di buttare via nulla. Il suo lavoro continua, febbrile, e non viene più interrotto anche perché tocca a Konrad lo Scrivano ad essere interpellato.
RispondiEliminaL’uomo appare sulle prime imbarazzato, come se non fosse abituato ad essere al centro dell’attenzione, specialmente del suo Comandante. Per cui si avvicina sobriamente, un po’ perplesso, salvo poi comprendere piuttosto rapidamente la richiesta del Cavaliere.
< Ehm…va bene, come comandate > accenna, annuendo lentamente < …io non parlo bene il vostro…la vostra lingua ecco, però ci provo > specialmente la parte sulle guaritrici di Shallya sembra metterlo un po’ a disagio, ma è comunque motivato nel compiere il proprio dovere. < Verosimilmente per mandare questi messaggi servirà qualche denaro…a meno che non vogliate inviare uno dei nostri a cavallo > spiega anche, quasi in imbarazzo, facendo presente il problema.
< Per le preghiere…va bene, cercherò come devo fare. A chi mi devo rivolgere…? A quello zoppo? O a quello…sfigurato? > chiede, un po’ esitante. < E poi…cos’ha fatto, quello lì? Perché ha quelle cose sulla pelle? > domanda, forse incapace di trattenersi.
Quando chiamato a rapporto, Waldemar ci mette un po’ per arrivare, ma alla fine si presenta dal Cavaliere. < Comandi, Generale? > dice, mettendosi per un attimo sull’attenti, quindi in una posizione più di riposo. Non gli si addicono molto certe formalità, ma almeno ci prova e si può apprezzare lo sforzo.
< No non me l’avete mai raccontata e… > gesticola appena < ..,mi interesserebbe anche se… > ma non ne ha il tempo, Gwydion ha già cambiato idea e lui si deve spicciare ad esaudire. < D’accordo…vado subito > accenna, prima di congedarsi.
Passa più di qualche minuto, quando finalmente giunge alla tenda del Cavaliere il buon Perceval, appoggiato alla sua stampella.
< Perdonate il ritardo… > dice, mentre fa il proprio ingresso, rispettando la formalità prevista per il Comandante < …ero con la truppa. Alcuni stavano giocando a dadi, altri cercavano un po’ di sollievo. La campagna militare li sta…temprando, ma anche provando > spiega.
Rimane quindi a guardare Gwydion per qualche istante, prima di inarcare un secondo il sopracciglio scuro. < Avete… > mormora, per poi abbozzare un sorrisetto che ha ben altro tono < …hai tagliato i capelli? > chiede, passando anche ad un registro più colloquiale, anche se in tono più basso, così da non essere udito.
In attesa di Perceval, Gwydion si guarda attorno e strizza gli occhi, passandovi immediatamente il dorso della mano sopra; sono irritati dalla polvere e la palpebra si arrossa subito, provata dal sole dei giorni costantemente all’aria aperta e mettendo in risalto gli occhi cerulei del cavaliere, due pozze di ciel sereno. < Non faranno venire mal di pancia, ma sono una vera *merda* (in bretoniano). Impara come si dicono le cose, impara impara, *crucco*! >
RispondiEliminaNon si accorge di Konrad, che indugia, perché sta guardando altrove, come se volesse dare un senso a quell’accampamento in vita ancora per un giorno. Cerca dunque un cambio di abiti e va alla pesca di una casacca in lino, color bianco sporco, cercando di analizzarla contro luce, per quel poco che ne è rimasta: < Coprirò io le spese che servono per far arrivare notizie alle famiglie. O… > Riabbassa la camicia ed espira lentamente dalle narici, pensieroso. < ...se tutto dovesse andare bene, rientreremo a Middenheim e forse potremo trovare una staffetta, potrebbe essere più semplice così. > L’indumento viene riposto da parte e con una mano prende ad allentare il cordoncino della casacca che indossa ora e gli stringe sul collo. < Presentati da entrambi, lo… > Aggrotta la fronte e cede alla tentazione di rubare quei due appellativi, gongolando e cercando di non ridersela: < …zoppo e lo sfigurato. E per quanto riguarda i bugnetti dello sfigurato, perché non glielo chiedi tu di persona? > Il sorriso del cavaliere si allarga, finalmente distratto da brutti pensieri, non è chiaro se sia più sul canzonatorio o il troppo gentile. < Amlac è un uomo gentile, più volte è stato disposto a spendere la sua vita anche per degli sconosciuti e potrebbe rispondere alla tua curiosità. > Lo sta già mandando via, che Waldemar se ne va anche lui, quand’ecco arrivare Perceval. Non c’è bisogno che Gwydion, chino a rovistare tra le sue cose, si volti, perché quel passo, purtroppo, è piuttosto identificativo dell’amico.
Eccola, trovata, era giusto giusto in fondo alla sacca. Estrae un piccolo quadretto, sbucciato sui bordi: è una semplice raffigurazione femminile, un’icona che nessuno si intascherebbe. Ci passa sopra il palmo della mano con deferenza, per pulirla, e una volta tornato eretto, alza finalmente lo sguardo su Perceval, reagendo abbastanza in ritardo. < Ehm, sì. Mi si appiccicavano alla fronte. > Se li scompiglia, come se questi gli dessero ancora fastidio. < E a volte è capitato che ci vedessi poco, in battaglia. Non mi piace dover chiedere in giro una mano… che c'è, sono così tremendi? > Per un attimo sembra seriamente interessata all’opinione di Perceval, ma presto lo sguardo casca sul quadretto. < Non so più dove sbattere la testa, sai. > Lo mette da parte, infila le mani nelle tasche delle braghe e fa per avviarsi lentamente in un punto meno caotico, per non dover parlare a bassa voce tutto il tempo. < Quello là sotto penso che un tempo fosse uno di noi. E’… era, giovane. E stava compiendo la sua cerca. > Gli sfugge un sorriso triste e si guarda alle spalle, aspettando che Perceval, coi suoi tempi, lo affianchi in quella breve camminata che li allontana dall’accampamento. < Pare anche che l’abbia esaudita. Chissà la Dama cosa gli ha mandato in visione. Io penso che… tu cosa pensi che ci chieda la Dama? Da che parte sta? > Cercherebbe di intercettare lo sguardo di Perceval, implorando una risposta. < Perché portare via l’unico figlio maschio di un uomo buono e forse ucciderlo? Perché lasciare che cavalieri che scelgono di votarsi a lei vengano presi dal caos e non fare nulla, non dare un cenno? Chi pensa a noi, Perceval? > Deglutisce, per tornare padrone della sua voce, tremante sulle ultime. < Sigmar interviene, quando Uther lo invoca e anche… anche gli altri. Io cosa sto facendo qua, mentre una dopo l’altra, le fortezze di Carcassonne cadono? Mio padre è solo, ha un moglie pazza e il suo unico figlio, che neanche un figlio è, è lontano, so di lui un mese dopo il suo presente e solo gli dei possono sapere cosa stia succedendo ora, là. > Stringe i pugni, ora il freddo è decisamente salito lungo tutto il corpo del cavaliere, vuoi per la preoccupazione, vuoi perché è a tutti gli effetti sera. Anche la bocca è impastata, secca. Continua a camminare. < Amlac è l’unico a sapere di me. Non avevo tanta scelta, è successo quando sono stato colpito al petto, un po’ di tempo fa. Potrei mettere la mano sul fuoco, con lui, è un uomo onesto e fidato come pochi. Ma io ho bisogno di te. > Fa un cenno con la testa, come a riconoscerlo con se stesso e ferma il passo, cercando di piazzarsi davanti a Perceval, per costringerlo a guardarlo in faccia. < Sei bravo coi nostri uomini, ti ascoltano e non ti fai prendere dalla collera o dall’arroganza. Dobbiamo portarli con noi in Bretonnia, dobbiamo tornare a casa. > Protende la mano destra, cercando di metterla sulla spalla di Perceval, con presa franca e decisa. < Hai già pensato alla proposta di Menelmacar? > Il cambio di tono del cavaliere è evidente, più benevolo e al tempo stesso delicato.
RispondiEliminaPerceval osserva Gwydion con aria divertita, andando ad inclinare per un secondo il capo da un lato. < Comprendo…le difficoltà di vederci, tuttavia sono veramente… > sembra cercare un termine corretto, salvo poi accontentarsi di quello più onesto < …orrendi > preciso preciso, accompagnando l’espressione verbale con un mezzo sorriso.
RispondiEliminaPoco dopo, però, torna a riproporsi: < Se vuoi una mano, dopo posso aiutarti, o chiedere a qualcuno degli uomini >.
Gli scuri occhi del Bretonniano vanno, quindi, verso il quadretto che Gwydion trattiene, quell’icona della dama che si è procurata. Ne ha una anche lui, anche se la sua è un po’ più piccola e con una raffigurazione differente, e la indossa appesa alla cintura.
< Un’espressione…forte > commenta, sulle prime < …dove dovresti…sbatterla? >.
Va a seguirla poi lentamente, zoppicando appeso alla sua gruccia, anche se ormai ha una certa naturalezza nel farlo. Inoltre, in questi mesi si è affinato ed irrobustito: è un cavaliere giovane, certo, ma solido. Nuove cicatrici lo solcano, quella vena da giovane spaventato ed arrabbiato con il mondo per ciò che gli è successo è sparita da tempo, lasciando un nuovo sguardo più acuto, presente.
Ascolta il dire di Gwydion circa il Vampiro senza intervenire per lunghi secondi, salvo poi andare ad annuire, lentamente < …capisco. Ma sei…sicura che davvero abbia raggiunto il suo risultato? Che la Cerca sia andata a buon fine e fosse…beh, quella lì > è generico, un po’ perché qualcuno comunque potrebbe ascoltarli, sia perché non vuole affondare il colpo su una missione che conosce così poco.
La domanda del Cavaliere di Bezier, così diretta e particolare e precisa sulla Dama, fa cadere Perceval in un silenzio un po’ più solido, come se non volesse affrontare alcun giudizio in merito, specie in una materia così delicata.
< La Dama…sta dalla sua parte, come qualsiasi Dio…no? > accenna, un po’ esitante. < Non sono mai stato…così tanto attento ai precetti degli Dei, chiunque essi siano. I miei fratelli credono che si debba trovare da soli la propria strada, e due sono Cavalieri del Graal… > fa un gesto con la mano, come a dire che non è niente, robe di poco conto < …ognuno di noi deve trovare la sua strada. La sua…Cerca. Che sia palese come la tua o meno > le dice.
Le domande di Gwydion, tuttavia, sono pesanti e non possono ricevere una risposta così facile, così scontata. Perceval esita, sguardo che vaga un po’ nei dintorni, per poi sollevarsi verso l’alto.
< Non…credo che qualcuno possa darti davvero questa risposta…non c’è > quasi duro, ora. < O meglio, c’è ma è nascosta, come sempre per certe cose. Secondo me neanche Uther sa bene cosa voglia Sigmar da lui > gesticola appena < …eppure, va avanti. E Amlac? Lui di quello che voleva Shallya…che se n’è fatto? > prova a considerare Perceval, ma lascia la questione in sospeso.
< Tu…beh, noi, in effetti > si guarda attorno, nell’accampamento, dalla loro posizione praticamente fuori, isolata < …siamo qua per fare qualcosa di buono per questo mondo, no? Per sconfiggere il Caos, per scacciare Demoni…e tutto il resto. Questi pezzi di Xathro…come si chiama > il Demone, dai < …chi li recupera, altrimenti? > quasi retorico, ora.
< Ci andremo però, a Bretonnia, giusto? > chiede Perceval, puntellandosi alla propria gruccia per qualche secondo.
Ascolta quindi il racconto di Gwydion quanto al fatto che Amlac sappia realmente di lei, e annuisce appena, proprio solo un cenno, dando conferma di aver colto. < Penso ci si possa fidare di Amlac, onestamente. E’…strano, ma in fondo in fondo è buono… >
Alla fine, vede il Cavaliere volgersi verso di lui e poggiargli la mano sulla spalla e sembra gradire il gesto di fiducia e vicinanza.
< Grazie…mi sto trovando bene, in questo, sì… > mormora, sulle prime, prima di aggrottare la fronte quando si parla di Menelmacar. < Io…sì, naturalmente > si umetta appena le labbra, incerto < …però, non so quale sarà il prezzo da pagare, e questo mi rende inquieto. Gli Elfi sono creature inafferrabili >